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Il consiglio d’Egitto

In una delle migliori opere di Leonardo Sciascia, Il consiglio d’Egitto, si racconta di un certo abate Vella che fu incaricato dal suo vescovo di tradurre un testo in arabo per omaggiare un importante diplomatico turco naufragato sulle coste non lontano dal palazzo vescovile. Vella, però, non conosce bene la lingua e traduce liberamente inventandosi antichi trattati che avrebbero provato la cessione di molti possedimenti borbonici di Sicilia alla Sublime Porta. Forse, come ipotizza Franco Cardini, il titolo del romanzo fu ispirato da un testo oggi parzialmente tradotto: il Consilium Aegyptiacum. Un grande progetto di Crociata contro in Turchi (Il Cerchio, pp. 96 € 14,00. Trad. di C. Catà). L’autore è nientedimeno che il filosofo Gottfried Wilhelm von Leibniz che lo stese in buon latino fra il 1671 e il 1672. Quest’opera riflette il lungo sogno di riconquistare l’Oriente crociato, un sogno che ebbe qualche probabilità di concretizzarsi ai tempi di Luigi XIII e per il quale lavorò il cappuccino Leclerc du Tremblay attorno al 1630. La Realpolitik era più in auge quando il venticinquenne Leibniz offrì quest’opera a Luigi XIV, quarant’anni più tardi, proponendo di organizzare una grande coalizione crociata, guidata dal Re Sole, per conquistare l’Impero Ottomano considerato vicino al disfacimento finanziario e militare. Una volta abbattuto il grande impero, le sue spoglie potevano essere divise da Spagna, Francia, Austria, Regno delle due Sicilie e altri. L’opera affronta ordinatamente, in uno stile già rigorosamente spinoziano e all’interno di un sistema di pensiero che è già riconoscibile, il problema della liceità dell’operazione nel quadro della politica internazionale, l’aspetto finanziario, l’organizzazione dell’esercito e così via. Può darsi che un attacco coordinato di tutte le potenze cristiane (compresa la Terza Roma moscovita) potesse schiantare un Impero Ottomano malato di gigantismo, chissà. In una prospettiva quasi apocalittica Leibniz prospettava anche la conversione in massa dei turchi al cristianesimo. Un progetto grandioso, ambizioso e probabilmente non campato in aria (qui dovrebbero esprimersi gli esperti di storia militare). Resta il fatto che il gran re ascoltò qualche parola ma rifiutò il progetto con un gesto annoiato, senza dedicargli che qualche minuto. Del resto, nel 1672, aveva iniziato l’impegnativa campagna d’Olanda. Sapeva bene che una coalizione militare delle potenze europee, in quel momento, risultava pura utopia. Imperturbabile, e per nulla impressionato dal rifiuto, poco tempo dopo, Leibniz avrebbe dichiarato: «Lavoro per il bene comune senza preoccuparmi che qualcuno mi ringrazi di ciò. Credo in tal modo di imitare Dio, il quale si cura del bene dell’universo indipendentemente dal fatto che gli uomini lo riconoscano o meno». C’è da scommettere che l’ironia non sia stata una delle virtù del grande filosofo, stratega mancato del Consilium Aegyptiorum. Ironia del quale abbonda di sicuro il meno dotato abate Vella di Sciascia.

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Reinhold: un finto gesuita tra massoni e illuministi (Avvenire 14/01/2012)

di Mario Iannaccone

È uscito, tradotto, I misteri ebraici ovvero la più antica massoneria religiosa, di Karl L. Reinhold (Quodlibet, pp. 258 – € 18.00) curato da G. Paolucci. Si tratta di un pamphlet concluso nel 1786 difficile da comprendere se astratto dalle lotte che opponevano diverse tendenze massoniche nel tardo Settecento. L’autore è un filosofo oggi in via di rivalutazione che, secondo l’inesatta recensione di Adriano Prosperi, su Repubblica, «iniziò la sua carriera come gesuita e lo rimase sino allo scioglimento» prima di farsi protestante e poi libero-muratore. Giacché, aggiunge lo storico insinuando una sorta di continuità nella carriera del Reinhold, fra «Compagnia e massoneria vi fu a quel tempo un’intensa simpatia» dovuta «alla comune fiducia nel potenziale rivoluzionario dell’intelligenza». Affermazioni fuorvianti. Al Reinhold, Prosperi e i curatori, ascrivono il merito d’aver definito, in questo libretto – maneggiato come un piccolo classico dell’Illuminismo – i benefici che deriverebbero dal monoteismo relativista. Rispetto a testi massonici coevi che traducevano idee perennialiste nel deismo o nel panteismo tirando in ballo atlantidi, egizi, caldei, ebrei o esseni, il libro di Reinhold è meglio argomentato e si concentra, moderando le astruse filologie, sul punctum: l’inutilità degli esclusivismi religiosi e il vantaggio di una verità policentrica o “relativista”, come scrive Prosperi (con termine anacronistico). Il “relativismo” di Reinhold coincide, tuttavia, con il metodo massonico e ricorda il panteismo spinoziano. Secondo l’autore la religione ebraica fu inventata da Mosé, che adattò al popolo ebraico i misteri egizi. Dalla religione degli egizi deriverebbero così tanto il giudaismo – o «massoneria religiosa» – quanto la massoneria propriamente detta, riservata alle élite. Reinhold credeva nell’equivalenza fra religioni e tradizioni sapienziali e nella verità naturale velata dietro ai misteri egizi. Assmann nell’Introduzione scrive: il «Dio dell’Antico testamento sarebbe una finzione! L’adattamento di un concetto sublime, filosofico, astratto della divinità alla capacità di comprensione degli uomini comuni». Così pensava Reinhold rifacendosi a Weishaupt, a Spinoza e forse a Bruno. Però Reinhold non fu un gesuita; studiò sì in un collegium gesuitico ma senza entrare nei ranghi della Compagnia (come si evince nella biografia scientifica Karl L. Reinhold and the Enlightment di G. Di Giovanni edita da Springer). «Prese i voti» da barnabita nel 1780 per insegnare, poi s’iniziò alla massoneria rifiutando così la comunione con la Chiesa (che condannava “la setta” sin dal 1738). Frequentò una loggia infiltrata da esponenti degli illuminati come lui ma non certo vicina alle loro idee come sostiene Assmann, il quale, peraltro, aggiunge che i miti templari decaddero nel milieu massonico dopo il 1782 a favore di quelli egizi: vero per una parte della massoneria europea ma non per quella anglosassone che sui quei miti continuò a fondarsi. Questioni intricate, certo, che si vorrebbero spendere nell’odierna battaglia a favore del “relativismo”. I rapporti fra massoneria teista (non quella deista cui appartenne Reinhold) e Compagnia di Gesù, in quegli anni, fu un complicato gioco d’infiltrazioni che mirava al controllo del nemico. Alcuni gesuiti giocarono pericolosamente per controllare le pulsioni anticristiane delle logge tedesche e per orientare a favore degli Stuart cattolici le logge degli inglesi espatriati in Italia e Francia. Il gioco riuscì talmente bene che persino nelle dotte introduzioni (e recensioni) di oggi il labirinto di specchi illude e inganna.

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Il popolo viola


Credo ci sia molto di vero in quelle analisi che attribuiscono l’origine di iniziative come il No B-Day a organismi governativi e non governativi internazionali, fra i quali il National Endowement for Democracy, le istituzioni di Soros, e in genere tutte quelle agenzie segrete o palesi che emergono improvvisamente quando forze potenti chiedono cambi di regime. Berlusconi ha pestato calli di persone molto, molto potenti e — al di là di qualsiasi altra considerazione che possa riguardare la condotta dell’uomo. Soltanto persone con gravi carenze percettive o molta malafede non potrebbero vedere il tentativo concertato di un colpo di stato “di velluto” e colorato. Sulla natura e l’origine delle “rivoluzioni colorate” si possono trovare analisi particolareggiate sia in rete che nelle librerie. L’impronta più caratteristica di queste “rivoluzioni” che sembrano apparire dal basso, dall’auto-organizzazione consentita dalla rete, dalla fresca energia di anime belle, di facce pulite, di giovani idealisti, sta proprio nel colore. Forse gli ex trotskisti del NED conservano ricordi dolci della lontana Rivoluzione dei Garofani del Portogallo?
Tutte le “rivoluzioni colorate” sono caratterizzate da un colore o da un fiore colorato. Le rivoluzioni colorate degli ultimi anni sono state numerose, alcune di questa hanno effettivamente portato a cambi di regime, come quella della Serbia (5 ottobre del 2000), della Georgia (Rivoluzione delle Rose o “rosa”, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, dicembre 2004 e gennaio 2005) Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005). C’è stato una specie di rivolta “colorata” anche in Iran (rivoluzione verde).
Ciò che mi ha incuriosito della rivoluzione “colorata” italiana, e l’elemento unico sul quale mi voglio concentrare, è il colore scelto (da chi? Una segreta commissione di marketer politici?): il viola.
Il viola è un colore tradizionalmente associato a sentimenti e immagini sgradevoli. Le “facce pulite” e i giovani idealisti che si sono radunati a Roma e in decine di altre città del mondo (spesso quattro gatti viola, ma ciò che contava era la somma del numero di città) erano vestiti di viola o portavano vessili, striscioni viola. Insomma la fiumana di idealisti impavesati che sono sfilati per Roma mostravano un effetto coloristico piuttosto evidente. Quella fiumana era ben organizzata, coordinata da qualcuno che sapeva come colpire l’immaginazione. Insomma il marketing politico messo in atto era di tipo piuttosto raffinato. La spallata il regime change non è avvenuto, notoriamente perché la manifestazione è stata un po’ meno grossa di quello che si sperava, e perché il pentito Spatuzza non è sembrato credibile a nessuno. Resta però il mistero di quel colore.

Il volto di Gesù e i misteri del Mandylion (Avvenire 30/11/2011)

Editoriale di MARIO IANNACCONE

Il secondo saggio dello storico del cristianesimo Andrea Nicolotti sulle immagini acheropite della tradizione cristiana è dedicato al cosiddetto Mandylion di Edessa, l’icona che’è stata modello d’infinite altre, la matrice nobile di tanti volti di Cristo dipinti sul metafisico fondo oro. Le immagini acheropite, per definizione, non sono ‘fatte da mano umana’ e la Sindone di Torino ne è l’esempio più importante.

Come quella della Sindone, però, la storia del Mandylion è assai lacunosa; ancora di più, considerato che le sue tracce si persero durante Quarta Crociata nel 1204. Dopo aver contestato il ruolo dei Templari nella custodia della Sindone di Torino, in questo nuovo testo intitolato «Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino» (Edizioni dell’Orso, pp. 244 20,00), Nicolotti spiega come si sia sviluppata, arricchita, complicata, la storia del Mandylion. All’origine (per quant’è oggi noto) c’è un brano dell’«Historia Ecclesiastica» di Eusebio di Cesarea, nel IV secolo, dove viene citata una corrispondenza tra Gesù e re Abgar recata da un messaggero di nome Anania. Qui si parla di una lettera, dunque di un semplice scritto, dove Gesù prometteva l’inviolabilità della città di Edessa. In un testo del V secolo, la «Dottrina di Addai», Abgar viene qualificato come ‘pittore’ che porta in risposta al suo re non soltanto le parole di Gesù ma anche un ritratto dipinto ‘a colori, con pigmenti scelti’. Nelle successive redazioni della storia, come quella contenuta negli «Atti di Mar Mari», l’immagine a colori del pittore Anania si precisa come l’immagine acheropita del volto di Gesù, della grandezza di un fazzoletto. Questa evoluzione che parla prima di una lettera poi di un dipinto, quindi di un’immagine di natura misteriosa, a questo punto, si fissa nella letteratura e resta costante. Da allora, l’immagine acheropita, protettrice della città di Edessa, sarebbe stata citata moltissime volte. Nicolotti ricostruisce i passaggi che hanno arricchito e complicato la prima redazione conosciuta della storia del Mandylion servendosi di traduzioni originali dal greco e dal siriaco.

Un’ampia parte del libro, inoltre, è dedicata a correggere e precisare le interpretazioni che tenderebbero a far coincidere l’immagine edessena (un volto rappresentato a colori) con quella della Sindone di Torino (immagine monocroma di un’intera figura umana impressa con procedimento inspiegato). La coincidenza delle due immagini servirebbe a colmare le lacune storiche relative alla preistoria del telo sindonico ma tale coincidenza non pare reggere. Un importante apparato scientifico e una ricostruzione minuziosa, uniti ad un’indubbia capacità di scrittura, fanno di questo testo un ottimo esempio di come si possa lavorare alla ricerca storica più specialistica senza nulla sacrificare alla divulgazione. Precisati i passaggi storici e la catena di evidenze che separerebbero il destino della Sindone da quello del Mandylion, resta intatto l’ultimo mistero dell’apparizione in contemporanea di numerose immagini acheropite in varie zone della cristianità medio­antica.

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A Saham ritratto di Gesù? Dubbi e incognite” (“Avvenire, 5 aprile 2011)

di Mario Iannaccone

All’inizio di queste storie ci sono sempre dei pastori beduini che trovano qualcosa di grande valore storico in una grotta, e qualcuno che si approfitta della loro ingenuità comperando a basso prezzo per rivendere. Per ultimo, queste storie (vangeli di Giuda, ossari di Giacomo, tomba di Talpiot) vengono annunciate due o tre settimane prima della Pasqua. Questa volta si tratta del ritrovamento di 70 libretti o codici, di piccolo formato, ciascuno di una decina di fogli di cuoio uniti da anelli di piombo, sui quali sarebbero impressi segni, simboli, vedute di Gerusalemme, persino un ritratto di Gesù e un testo, redatto con lettere ebraiche e greche, rigorosamente cifrato. Documenti che sarebbero stati prodotti da una comunità cristiana prima dell’attività di Paolo. Certo, sarebbe clamoroso, soprattutto se questi documenti provenissero realmente da quell’ambiente e avessero questa straordinaria antichità. La notizia del ritrovamento è stata ripresa dal «Jerusalem Post» e da «l’Osservatore romano», con attenzione e prudenza. Attenzione, giacché il documento, se autentico, conterrebbe più di un’immagine d’ispirazione cristiana come una raffigurazione del volto di Cristo che anticiperebbe «di quasi duecento anni le prime rappresentazioni del Salvatore nelle catacombe romane». E prudenza (molta) tendente allo scetticismo, perché i dubbi sono molti. Quanto al contenuto di testo – particolare non da poco – non è stato ancora decifrato. C’è poi chi, come lo scrittore Vittorio Messori, si è già espresso definendo il ritrovamento «una bufala, un falso prodotto in Giordania meno di 50 anni fa». La presunta immagine di Cristo, poi, altro non sarebbe che l’effige di «una specie di demone». Secondo i giordani, il ritrovamento sarebbe avvenuto nella Giordania settentrionale fra il 2005 e il 2007, presso Saham, ad opera di un beduino che avrebbe rivenduto il ritrovamento ad un certo Hassan Saeda, altro beduino ma di nazionalità israeliana. Questi si sarebbe fatto aiutare da un inglese di nome David Elkington per valorizzare la scoperta. I giornalisti inglesi, nelle ultime settimane hanno cercato di parlare con Saeda ma invano. Elkington invece è molto loquace e attivo. Si è rivolto al British Museum e a Sothesby’s ottenendo dinieghi e alzate di sopracciglia: i 70 libretti potrebbero essere un falso – gli è stato risposto – perlomeno sembrano un falso confezionato con materiali antichi. Non appena iniziati i tentativi di vendita, e le interviste alla BBC, un funzionario del ministero dei beni archeologici giordano, Ziad al-Saad, chiede la restituzione degli oggetti rinvenuti su suolo giordano. Intanto le autorità archeologiche israeliane non danno molto peso al ritrovamento. Pare che Saeda sia una loro vecchia conoscenza e che non goda di particolare stima. I pareri che si ritrovano sparsi in questi giorni nelle agenzie e negli articoli, come quello della studiosa Margaret Baker, sono risposte a domande generiche e non entrano mai nel merito del ritrovamento in sé. Ciò significa che, allo stato attuale, i libretti devono ancora essere sottoposti a tutte le verifiche del caso e che dunque il miglior atteggiamento da esporre sia quello di un’attesa dubbiosa ma colma di speranza com’è giusto che sia. Secondo Elkington – più un avventuriero dell’archeologia che un archeologo con preparazione specifica – la scoperta potrebbe rivelarsi clamorosa tanto quanto quella dei rotoli di Qumran, e alcuni dei libretti, dalle pagine ancora incollate, potrebbero essere addirittura i “libri sigillati” nominati nel libro della Rivelazione. Per la vera “rivelazione” di ciò che contengono i testi di Saham dovremo attendere; intanto però, come succede ogni anno, la principale fra le feste comandate, la Pasqua, verrà celebrata, televisivamente parlando, con la promessa di “nuove, clamorose scoperte”.